Luciana Cicogna

Le forme leggere e vaganti

Stefano Cecchetto

«Anche alle nubi, insensibili nubi
che si fanno e disfanno in chiaro cielo;
e ad altre cose leggere e vaganti».
Umberto Saba, Ritratto della mia bambina.

In origine.

La mostra antologica di un’artista contemporaneo segna sempre un punto fermo sul percorso dell’artista stesso e pone un interrogativo sul suo procedere: è arrivato il tempo di fermarsi? Oppure si tratta di un consuntivo a priori?

Nel caso di Luciana Cicogna si tratta solo di una pausa, un momento di riflessione per fare il punto su quindici anni di lavoro esposti in un percorso ordinato, non solo dalla cronologia del tempo, ma scandito anche dalle differenti tematiche affrontate nell’ultimo decennio.

Alla luce del Premio Acquisto CGIA ottenuto alla recente edizione del Premio Mestre con il dipinto intitolato: Punto di vista, è doveroso documentare gli altri Premi Acquisto ricevuti proprio dalla Fondazione Bevilacqua La Masa nel 1979, nel 1982, nel 1983 e poi una borsa di studio nel 1984.

Partendo quindi da dove tutto è cominciato, Luciana Cicogna partecipa alle mostre collettive dell’Opera Bevilacqua La Masa già nel 1975 presentando due opere: Natura n.1 e Natura n.2, confermando così un personale approccio alla natura che sarà poi il leitmotiv di gran parte del successivo percorso.

Le collettive della Bevilacqua La Masa la vedranno poi presente nel 1977 ancora con due dipinti: Composizione in rosa e Presenza; nel 1978 vince il suo primo Premio acquisto con l’opera Spazio-Immagine 2. In queste sue opere degli anni Settanta Luciana Cicogna ricompone le geometrie in persistenti smottamenti del segno fino all’evolversi di una percezione visiva sempre in bilico tra la forma e la materia, tra il concetto e la sua figurazione.

L’edizione del 1980 e quella del 1981 rivelano una svolta nel suo linguaggio, in quanto le geometrie cominciano a lasciare spazio a un’astrazione che affronta una differente disamina cubista. Nei dipinti degli anni Ottanta, la composizione ruota intorno a un compatto nucleo centrale ed è il moto rotatorio impresso a questo nucleo che svolge la forma nelle varianti cromatiche del segno. Questo si evince già nei titoli di quegli anni: Spazio immagine n. 3 e Spazio immagine n.4; Memoria; Entrando nel rosa; e poi in quelli del 1981, dove Luciana Cicogna presenta I love you e Lievi movimenti con il quale vince il Premio Acquisto di quell’anno, due opere che rivelano una solida maturità espressiva e una rinnovata sensibilità dello spazio d’intervento.

La 67ma Mostra Collettiva, quella del 1983, vede l’artista ormai indirizzata verso nuovi linguaggi espressivi dentro ai quali le geometrie sono ricomposte in una visione che introduce elementi della natura e un piccolo cuore racchiuso dentro a un quadrato “imperfetto”: Love love e La scatola magica. L’edizione del 1983 riserva, inoltre, un nuovo Premio Acquisto al dipinto Senza titolo 1 e apre la strada a una consapevole svolta orientata verso la narrazione di un tempo sospeso che allude a rappresentare memorie arcaiche, traslate in un linguaggio irresistibilmente moderno.

Il 1984 è l’anno che chiude il ciclo delle collettive alla Bevilacqua La Masa e all’esposizione di quell’anno Luciana Cicogna presenta due opere, portando a casa una Borsa di Studio per il dipinto: Tra cielo e terra.

Superata la gratificante esperienza dell’Opera Bevilacqua La Masa, l’artista intraprende un percorso professionale ormai maturo e orientato alla ricerca di nuove forme suggerite da una visione metamorfica della natura.

Sono gli anni di collaborazioni con importanti gallerie d’arte italiane e straniere, in mostre dove la sua pittura trova un personale equilibrio di forme e cromatismi e riceve l’interesse di importanti critici, tra i quali Giuseppe Marchiori e Toni Toniato, che in una sua presentazione sottolinea il modus operandi dell’artista ormai libero da schemi precostituiti:

«In questi anni la sua pittura si decanta in un libero svolgimento di vaste frequenze cromatiche, simbolicamente riferibili al regno della terra e del cielo, in una concezione che ritrama elementi allusivi di una cosmologia fantastica. Si tratta di “paesaggi” puramente immaginativi, ma di intensa forza evocativa e di eleganti analogie di ordine percettivo e concettuale. Sono forme inventate, ma che provengono da sondaggi introspettivi dentro il mondo della natura, mutuati per sollecitazione e corrispondenze sia fenomeniche che emozionali».

In questa lucida osservazione di Toniato è possibile includere tutta l’opera di Luciana Cicogna nel periodo che va dalla fine degli anni Ottanta ad oggi, dove i soggetti trovano riscontro nell’osservazione della natura al fine di coglierne la percezione dell’istante. Nella confluenza di questi istanti, nella loro consonante armonia e in quel mondo dove le cose si ripetono nei cicli temporali del quotidiano, Luciana Cicogna guarda il paesaggio con un occhio in grado di estrarre da esso solo pochi elementi, qualche simbolo riconoscibile: la corteccia di un albero, l’apparizione di una luna saracena e pochi altri componenti di una visione che alterna tra presenza e rimembranza. Anche perché il punto di vista dell’artista è in grado di compiere l’apertura di un semicerchio e, nelle infinite distanze tra pittura e natura, il segno diventa consueto e strano, familiare e insolito.

La realtà naturale e contingente in questo personale universo concluso, piegato al segno di un’armonia prestabilita, entra nel dipinto, cautamente filtrata, in forme aeree che si dissolvono nella pacata visione dell’insieme pittorico.

Materia e forma in libero arbitrio.

Il percorso espositivo di questa mostra a Palazzetto Tito raccoglie gli ultimi quindici anni di lavoro dell’artista con un’appendice dedicata agli anni Settanta per la riscoperta, alla distanza, delle promettenti origini della sua ricerca. Nelle opere di quegli anni si evince un personale ed equilibrato demone per le geometrie, redatte in un ordine scrupolosamente elaborato, dentro al quale Luciana Cicogna rivela una pacata evidenza compositiva e una particolare attenzione ai cromatismi: dai verdazzurri agli azzurro chiari, dai rosa opachi ai rossi brillanti, che rimandano alla sapienza di antiche procedure alchemiche.

L’esposizione si sposta poi con un salto temporale verso il ciclo delle Lune, presenze rassicuranti di un sentimento che trova, nell’ora notturna, la serena propensione a una rivisitazione dello spazio per un personale spettacolo prospettico. Che fai tu luna in ciel, dimmi che fai, sembra chiedersi l’artista citando Giacomo Leopardi, nell’esplorazione di un soggetto che, senza sottrarsi al canone dei rapporti spazio-tempo-movimento, conferma però una personale dialettica di forma e colore. Perché non possiamo dimenticare che Luciana Cicogna resta innanzitutto un artista sempre alla ricerca, nella percezione della materia e nel frangiluce dei cromatismi, di una simultaneità dell’equilibrio tra il soggetto e lo spazio pittorico. Dietro all’alchimia di queste sue Lune è possibile scorgere un substrato leggero di piccoli segni impercettibili che affiorano soltanto quando lo sguardo si sposta e incontra un riflesso di luce intermittente. Arricchite dalla sapiente stesura della foglia d’oro, le Lune ondeggiano nel perimetro della tela come naufraghi in cieli multicolore che determinano l’altrove del nostro vissuto, in quanto l’arte appartiene al “patrimonio spirituale” di ognuno e se così non fosse probabilmente non avrebbe ragione di esistere.

Non è che ci siamo persi? Potrebbe chiedersi il visitatore della mostra passando da una stanza all’altra, ma l’artista conosce la strada e la indica con pochi e decisi segni tracciati sulla tela. Le frecce di Luciana Cicogna restano indizi visibili di percorsi segreti, oggi svelati da una mappa di cromatismi utili all’orientamento visivo e che rivelano l’esuberanza vitale delle sue stagioni pittoriche.

Perdersi per poi trovarsi quindi, come attraverso le caselle di un “gioco dell’oca” che conducono a un segno ricco di emozioni arcaiche, tattili, uditive, sonore, dalle quali la fantasia dell’artista attinge alla memoria del proprio vissuto.

“Lasciare il certo per l’incerto”, affermava Alighiero Boetti nel titolo di un suo ciclo di opere, e l’incerto è il terreno sul quale Luciana Cicogna si muove continuamente alla ricerca di nuovi stimoli e differenti sensibilità poetiche per aggiornare il suo lavoro.

Da questo concetto prendono forma le numerose varianti di un sentimento pittorico che scava in profondità – tra passato e futuro – per annullare il tempo fino a raggiungere un personale equilibrio tra la fantasia creativa e il conseguente processo narrativo che la stessa suggerisce.

Nella naturale ritrosia alla compilazione di un titolo concettuale che potrebbe sviare la decifrazione dell’immagine, l’artista il più delle volte preferisce abbinare al dipinto una denominazione diretta che identifica il soggetto nella campitura che lo accoglie: Luna; Corteccia; Freccia e corteccia; Memoria di foglia; Lievi movimenti; alla base di questa sua ricognizione non ci sono dogmi filosofici, né tanto meno astrazioni morali o snobistiche, perché i moventi dell’idea sono esclusivamente di ordine poetico enunciati attraverso una personale elegia della forma pittorica.

I frammenti di questo suo modus operandi si concentrano e si disperdono nell’illusione istantanea di un attimo; l’istante fugace di un pensiero transitorio prende forma dentro al perimetro della tela dove il vuoto e il pieno si compensano. La materia, nei percorsi inestricabili del linguaggio astratto, si ritrova poi dentro al visibile di una figurazione esplicita: la luna è la luna, la corteccia è corteccia e la freccia non ha motivo di venire interpretata diversamente.

Anche nel compilare il tema dei suoi più recenti dipinti, che l’artista dedica alla formulazione di un differente Punto di vista, Luciana Cicogna affronta il soggetto degli occhiali non come elemento decorativo, bensì come emblemi di una visione concettuale pervasa dalla poetica del silenzio. È forse arrivato il momento di cambiare il nostro punto di vista, sembra suggerire l’artista e guardare le cose con occhi diversi, in quanto il carattere ineffabile dell’arte sta proprio nel suo modo di evolversi continuamente. Perché l’arte è effimera, è una meteora che ci coglie all’improvviso e poi ci lascia andare, interdetti, affascinati o delusi, in un vortice che si consuma dentro a una clessidra di sabbia.

In ogni suo dipinto Luciana Cicogna accenna all’incipit di una storia: c’è l’antefatto di una genesi e l’eco percepito di una fine, alfa e omega di ogni possibile esistenza.

Se l’artista si conferma quale figura sensibile che traspare dall’opera stessa, l’artefice che cerca di fermare il tempo finirà per estenuare il cuore, meglio affidarsi alla leggerezza delle lune e alla solidità delle cortecce, meglio cercare di vivere dentro a un presente rallentato, piuttosto che inseguire le incognite di un futuro esasperato. Luciana Cicogna è un’artista, e non ha mai eluso le rischiose avventure del suo mestiere, il suo temperamento è costantemente alla ricerca di un equilibrio instabile, la purezza della sua opera la stimola continuamente a cercare, a sviluppare la sua mano e il suo occhio fino al punto in cui il più lieve respiro delle sue creazioni diventi il segno espressivo del suo essere artista: antico e contemporaneo nello stesso tempo.